Zeynep fugge da tutto e tutti per dare e salvarsi la vita

Ankara. Sono poco più che bambine, costrette a crescere troppo in fretta. Nella migliore delle ipotesi sono date in spose a mariti che non si sono potute scegliere quando hanno 15 anni. Nella peggiore sono uccise per essere rimaste incinte prima del matrimonio. In Turchia l’aborto è consentito fino alla decima settimana di gravidanza. Si tratta di una pratica poco utilizzata nel paese, dove sono ancora molto saldi i valori della maternità e della famiglia.
27 MAR 08
Ultimo aggiornamento: 04:33 | 8 AGO 20
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Ankara. Sono poco più che bambine, costrette a crescere troppo in fretta. Nella migliore delle ipotesi sono date in spose a mariti che non si sono potute scegliere quando hanno 15 anni. Nella peggiore sono uccise per essere rimaste incinte prima del matrimonio. In Turchia l’aborto è consentito fino alla decima settimana di gravidanza. Si tratta di una pratica poco utilizzata nel paese, dove sono ancora molto saldi i valori della maternità e della famiglia. Dati del 2003, resi noti da Ong che monitorano il fenomeno, parlano di 25 aborti su 1.000 donne. Ma nell’est del paese, a maggioranza curda, dove la pratica del delitto d’onore è ancora presente con una puntualità e un’efferatezza che fa rabbrividire, e dove giovani donne sono costrette a sfidare le regole di una società che non perdona per diventare madri. Storie di dolore, che qualche volta hanno anche un lieto fine. Naile Erdafl aveva 15 anni e abitava a Baskale, cittadina nell’est della Turchia, vicino al confine. La sua colpa era essere rimasta incinta fuori dal matrimonio. Suo fratello maggiore Bahri l’ha ammazzata in mezzo alla strada, incaricato dalla famiglia di eliminare quella figlia che li aveva disonorati. Tutto era cominciato perché la ragazza si era sentita male. Portata in ospedale proprio dal suo futuro assassino, la famiglia si è accorta che la giovane era incinta solo in quel momento. Naile, infatti, per paura, era riuscita a nascondere la gravidanza fino al nono mese, indossando busti contenutivi che rischiavano anche di nuocere al feto. Il parto è stato l’ultimo momento sereno della sua vita. Tornata a casa, con un bimbo in braccio e abbandonata da medici e istituzioni, Naile ha subito un processo dal nucleo familiare, culminato con la sentenza di morte, eseguita da Bahri senza battere ciglio. Il bambino per cui Naile ha sacrificato la vita è stato preso in cura dai servizi sociali. A Gaziantep, vicino al confine con la Siria, Selahattin Sezgin, 22 anni ha ucciso sua sorella Meyrem, 16 anni, perché incinta e non sposata. L’ha presa a fucilate mentre dormiva, al settimo mese di gravidanza, colpendola al petto e alla testa. L’unica consolazione, se tale si può chiamare, è che gli autori dei due delitti rimarranno in carcere per il resto della loro vita. La storia di Zeynep Ç., 17 anni, è un piccolo raggio di luce in questo universo di morte e dolore. Il suo cognome non è pubblicabile, perché Zeynep si trova sotto protezione da parte dei servizi sociali. La sua vicenda è paradossale. A metterla incinta è stato un suo cugino da parte paterna, dopo un rapporto non consenziente. Proveniva da un famiglia chiusa e conservatrice come quella di Naile, che l’avrebbe sicuramente uccisa, se un medico non avesse deciso di salvarla raccontando una bugia a fin di bene. Rabia Sahin, ginecologa dell’ospedale di Baskale, aveva ancora negli occhi la morte orribile di Naile Erdafl, che era passata dallo stesso luogo di cura e non ha voluto che Zeynep facesse la stessa fine. La giovane era andata in ospedale per accompagnare suo fratello che non era stato bene, ma poi si era sentita male in corsia. Rabia ha impiegato poco a capire che era incinta di quasi quattro mesi e che quel malore era dovuto a malnutrizione e sforzi poco adatti a una donna nelle sue condizioni. Anche Zeynep, come Naile, utilizzava busti per nascondere la sua gravidanza e avrebbe abortito spontaneamente se non avesse ricevuto entro breve le opportune cure mediche. Ma nel contempo bisognava risolvere un altro problema, ossia la famiglia della giovane, che intanto si era insospettita. La dottoressa Sahin ha raccontato loro che la ragazza non aveva nulla e che poteva essere dimessa. Nel frattempo però, sapendo che le condizioni della giovane non potevano essere tenute nascoste per molto tempo, ha chiamato i servizi sociali, che la sera stessa si sono precipitati a casa di Zeynep Ç. e l’hanno portata via. Zeynep ha concluso la sua gravidanza serenamente, senza dover né vedere la sua famiglia, per cui era diventata motivo di vergogna, né temere per il suo destino. Oggi vive lontana da Baskale con il suo bambino. La ginecologa che l’ha salvata per qualche tempo è stata assediata dai giornalisti di tutto il paese. A tutti ha detto la stessa cosa: “Ho fatto solo il mio dovere”.